Coccole tra amiche

Ciao a tutti, mi chiamo Alice.
Qualche anno fa, mi trasferii nella grande Milano per frequentare l’università. Ero eccitata per la nuova avventura, ma anche spaventata: non solo iniziavo l’università, ma abbandonavo il mio paesino, i miei genitori, la mia migliore amica e il mio ragazzo per andarmene a kilometri di distanza e li avrei rivisti dopo moltissimi mesi.
Avevo preso casa con una ragazza, Kaila, che non avevo mai visto e di cui avevo trovato l’annuncio sulla bacheca virtuale dell’università.
Quel giorno non solo avrei visto la mia nuova abitazione, ma avrei anche conosciuto la mia coinquilina.
Seguii le istruzioni che Kaila mi aveva dettato al telefono. Presi l’autobus, e dopo qualche fermata giunsi a desinazione.
Scesi, cercai il numero civico e mi ritrovai di fronte a un piccolo condominio abbastanza anonimo.
Kaila mi aveva inviato una copia delle chiavi così entrai.
2 piano, interno 3.
Arrivai di fronte a un portoncino di legno dall’aria non proprio stabile.
Entrai trascinando la valigia enorme che conteneva gran parte delle mie cose, a parte quelle che avevo spedito giorni prima. Chiamai timidamente, ma evidentemente non c’era nessuno.
Era un appartamentino molto luminoso. L’ingresso era in un salottino non molto grande dotato di una parete attrezzata, un televisore 22 pollici, una radio, un divano e un tavolinetto basso pieno di riviste.
Lasciai la valigia lì e iniziai la perlustrazione.
Dall’ingresso si vedevano quattro porte, tutte chiuse e una portafinestra che andava su un grande terrazzo.
La prima delle porte portava in una cucina abitabile e ordinata.
Su un grande frigorifero grigio vi era una collezione di calamite e sotto una di queste, vi era un biglietto.
Lo presi. La scrittura era grande e tondeggiante e diceva “Ben arrivata Alice, mi dispiace non essere lì a farti gli onori di casa, ma sono a lezione. Ci vediamo in serata, per cena… porto la pizza!”.
Uscii dalla cucina e ispezionai anche il piccolo bagno con la doccia e le due stanze.
Entrambe le stanze erano abbastanza grandi, con un letto a una piazza e mezza ciascuna, una finestra, un armadio e una scrivania.
L’unica differenza era che la mia di stanza era piena degli scatoloni che avevo spedito con la ditta di trasporti.
Sospirai. Andai a recuperare la valigia, mi feci una doccia, mi misi una tuta leggera e iniziai a riordinare un po’.
Fu così che mi trovò Kaila, quando tornò.
La prima cosa che pensai vedendola fu che era una gnocca.
Non mi piacciono le donne, eppure lei non potevi non notarla.
Alta almeno 1.80, con capelli neri lisci e lunghi, un paio di occhioni neri, una 38 di taglia. Sembrava una modella.
Mi sentii immediatamente impacciata nella mia 46, con quella tuta, sudata, i capelli malamente raccolti, senza un filo di trucco.
Ma Kaila non badava a certe cose. Me ne accorsi non solo quella sera, ma anche nei giorni a venire.
Era una ragazza fantastica, intelligente, simpatica, profonda.
Mi chiesi come poteva una donna così bella e così perfetta non avere un uomo…
Mi fu chiaro un pomeriggio, circa un mese e mezzo dopo che condividevamo casa…
La mia lezione era stata annullata e così tornai a casa dopo nemmeno un’oretta che ne ero uscita.
Stavo andando in camera mia, credendo non ci fosse nessuno ma passando davanti a camera di Kaila vidi qualcosa dalla porta socchiusa.
Stavo per entrare, per salutare quando dei gemiti di piacere mi trattennero. Poi ascoltai meglio: erano due donne.
E feci una cosa che non mi spiego ancora: guardai dalla porta socchiusa.
Kaila, nuda, era sdraiata sul suo letto con le gambe spalancate e una biondina che riconobbi come una sua compagna di studio era affaccendata tra le sue cosce.
Corsi in camera mia senza far rumore.
Mi chiusi dentro.
Cercavo di riprendermi: non ho pregiudizi contro le lesbiche, ovviamente, ma il fatto che la fosse Kaila mi stupiva non poco.
Era vero, in casa nostra c’era un viavai di donne bellissime e magrissime tale da farmi venire complessi ma avevo sempre creduto che fossero sue compagne di studio… era soprattutto questo a farmi pensare: erano tutte sue amanti?
Nei giorni seguenti, quando la vedevo andare in camera sua con la “modella” di turno iniziai a passare davanti alla sua porta chiusa e aguzzavo l’udito. Sempre gemiti.
Sì, andava a letto con tutte le donne che le capitassero a tiro.
Tranne me. Ovvio.
Con me non ci aveva mai provato. E vedendo la struttura fisica delle tipe con cui si trastullava capii anche il motivo.
Erano tutte tipe come lei: alte, magre, senza tette. Io avevo una 5 di seno e ero ben lungi dall’essere alta e magra.
Non mi reputava attraente, in definitiva.
Anche se non ero lesbica, la cosa non mi faceva saltare di gioia.
Passarono mesi, senza accenni all’omosessualità di Kaila ormai da me scoperta.
Continuava ad avere miriadi di amichette e ormai mi ero abituata. Tutte arrivavano da incontri on line.
Arrivò l’estate e con essa l’ultima sessione di esami prima di andare a casa per un mese.
Finalmente!
Ma col caldo, studiare era davvero complicato ed io ero sempre più nervosa.
Fu così che sbagliai completamente uno degli esami più importanti dell’anno che era di sbarramento a un altro anch’esso molto importante, giocandomi quindi la possibilità di farlo prima di partire.
Tornai a casa incazzata e litigai furiosamente al telefono con il mio fidanzato.
Mi feci una doccia per tentare di calmarmi.
Kaila era andata al mare con un’amica, sarebbe ritornata la sera.
Mi infilai un perizoma e una canottierina bianca. Ero sola in casa, faceva caldo e volevo stare comoda.
Mi misi sul divano e scoppiai in lacrime. Piansi per un’ora almeno, comunque fino al ritorno a sorpresa di Kaila.
Appena mi vide in lacrime sul divano si allarmò e corse ad abbracciarmi.
-Tesoro! Che cosa c’è?- mi chiese stringendomi.
Quella tenerezza mi fece ricominciare a singhiozzare. Mi strinsi a lei, misi il viso sul suo piccolo seno mentre mi carezzava i capelli.
Piansi e piansi fino a esaurire le lacrime.
Kaila continuava a tenermi stretta anche dopo che avevo smesso di piangere.
Stavo benissimo tra le sue braccia. Il suo seno premeva contro la stoffa leggera del top azzurro. Mi accorsi che aveva i capezzoli eretti. Avvertii le carezze sempre più lente dietro la schiena e inorridii sentendomi eccitata.
Mi allontanai gentilmente: -Scusa Kaila… è che oggi è una brutta giornata.
-Stai bene adesso?- mi chiese con un sorriso.
-Sì. Come mai già a casa?- chiesi, cercando di cambiare discorso.
-Alla mia amica è venuto il ciclo in spiaggia.
Annuii… poi mi accorsi che Kaila mi stava fissando le tette.
Non le davo torto: erano enormi e non avevo il reggiseno. Inoltre la canottiera era trasparente. Il suo sguardo era velato di passione: era identico a quello che aveva il mio ragazzo, Matteo, quando voleva scoparmi.
Un brivido mi scosse.
Lei sollevò lo sguardo e mi guardò negli occhi: -Sei bellissima Alice…
Io arrossii: -Ma non sono il tuo tipo- mi sfuggì detto.
Kaila non sembrò stupita: -Lo so che lo sai…
-Cosa?- dissi, facendo finta di niente.
-Che sono lesbica. Ti ho vista spiarmi un paio di volte…
A quel punto mi sentii morire: -Non ti ho mai spiata!- protestai.
Lei sorrise: -Non volontariamente, lo so. Ma non posso dire lo stesso di me.
A quel punto corrugai la fronte: -Che significa?!
-Ho spiato te e Matteo, quando è venuto a trovarti- confessò.
-Come?
-Non ho resistito… e vi ho guardato. Mentre facevate l’amore con una furia assurda… tu urlavi e…
Mi alzai in piedi con una rabbia e una vergogna fuori del comune: -Ma come ti sei permessa?! Come hai potuto? Io faccio le valigie oggi stesso! Me ne vado! Non resterò in questa casa un secondo di più.
Kaila si alzò a sua volta.
Mi sovrastava, ma ero troppo arrabbiata per essere intimorita.
-No ti prego, Alice… scusami! Non te ne andare!- mi supplicò.
Ero però troppo arrabbiata per lasciarmi intenerire. Le voltai le spalle e feci per andarmene.
Ma lei mi afferrò un polso: -Ti prego Alice! Voglio spiegarti!
Io mi arrabbiai, mi voltai verso di lei la strattonai per liberarmi e poi la spinsi sul divano: -Che c’è da spiegare?- le abbaiai in faccia.
-Ti ho spiata perché ti desidero!- urlò.
Lo stupore mi colpì, facendomi dimenticare l’incazzatura.
-Tu mi desideri?- feci, come un’ebete.
-Sì, da morire! Da quando sei arrivata!
-Scherzi? Ma mi hai vista? Non sono come quelle che ti fai di solito.
-E’ vero… tu sei meglio. Tu sei tanta, sei donna…
Quelle parole mi eccitavano tantissimo e mi vergognavo tanto per questo, ma che potevo farci?
Kaila allungò una mano verso di me, timorosa.
Io non mi scostai. Lei mi afferrò per il bordo del perizoma delicatamente e mi attirò a sé.
Posò le labbra sul mio ombelico e con le mani mi massaggiò il culo.
Non sapevo che fare. Fu quando una mano mi sfiorò pianissimo il clitoride che decisi di lasciarmi andare.
Anzi, in realtà non lo decisi consciamente. O forse sì. Non lo so.
Fatto sta che abbassai le mani tra i suoi capelli. La accarezzai, per farle capire che ci stavo.
A quel punto mi allontanò. Mi prese per mano, si alzò e mi portò in camera sua.
Sentivo il cuore in gola. Non vedevo l’ora di averla…
Mi baciò. La sua lingua soffice e vellutata si intrufolò nella mia bocca e intrecciò la mia. Teneva il mio volto stretto tra le sue mani e io stringevo le sue braccia. Sorrise quando si staccò da me.
Mi buttò delicatamente sul letto.
Io rimasi lì col perizoma fradicio di umori e la canottiera mezza alzata sulla pancia.
La osservai mentre si toglieva il top e la gonna. Gettò le mutande a terra e mi raggiunse.
Nuda.
-Non so bene cosa fare- balbettai.
Kaila sorrise: -Tranquilla, piccola.
Mi baciò di nuovo.
Poi mi tolse la canottierina.
Parve folgorata di fronte alle mie tettone.
-Non ne ho mai viste di così grandi…- sussurrò, come a sé stessa.
Poi si chinò su di me e prese a baciarle. Sapeva come fare. Sapeva come leccarle e come farmi impazzire.
Io lanciavo gridolini di piacere con una voce sconvolta, che non riconoscevo.
Poi la sentii chinarsi tra le mie gambe.
Ebbi un attimo di panico e le impedii di togliermi il perizoma.
-Ehi, Alice… stai tranquilla… sarà fantastico, vedrai- mi rassicurò.
Io annuii brevemente.
Mi tolse il perizoma con gesti delicati.
Una mano iniziò ad accarezzarmi la passera.
Piano, dolcemente. Solo io, forse, sapevo accarezzarmi così.
Di certo, non Matteo che era sempre rude e svelto.
Kaila mi guardò.
Io guardai lei.
-Adesso vedrai…- mi sussurrò.
Sentii la sua lingua leggera saettare dolcemente sul mio sesso.
Piccoli colpi sul clitoride mi fecero sobbalzare.
Mi mangiava con una tenerezza che mai avrei sospettato.
In pochi secondi venni, urlando, stringendo il copriletto e inarcando la schiena offrendomi di più alla sua bocca.
Continuò a leccarmi però, a penetrarmi con la lingua finchè non rivenni. Sempre urlando. Forte. Senza preoccuparmi dei vicini.
A quel punto sentii di nuovo la sua mano accarezzarmi. E un suo dito, lungo e magro cercare la mia fessura.
Mi penetrò con un dito, procurandomi un brivido.
Sussultai quando introdusse il secondo. Iniziò a muoverle piano. Io le toccai i capelli, piano. Poi mi ci aggrappai disperatamente quando iniziò a muovere le dita con furia.
Urlando mi divincolavo per venire prima, le dicevo di continuare e le tiravo i capelli.
Quando la guardai, prima di venire, mi sorrideva nonostante le stessi sicuramente facendo male.
Il terzo orgasmo fu assurdo. Meraviglioso. Mai mi era piaciuto così tanto essere scopata con le dita. O forse dovrei dire, che mai mi era piaciuto così tanto. Punto.
Le lasciai andare i capelli.
Le sorrisi.
Non ero più imbarazzata, stranamente.
Lei venne a sedersi accanto a me. Io rimasi sdraiata, mentre lei giocherellava con i miei seni.
Era bellissima, pensai. La mia prima e unica donna. Ne ero convinta. Ne sono convinta.
Allungai una mano e le presi una piccola tetta.
Con il pollice le stuzzicai il capezzolo. Lanciò un gemito dolcissimo.
Mi sollevai e la feci sdraiare.
La baciai, mettendoci dolcezza e passione. E poi scesi sul suo seno.
Mi resi conto che volevo renderle lo stesso piacere che volevo io. Una donna vuole essere coccolata e sbattuta. E seguii quello schema.
Le leccai e mordicchiai i capezzoli. Lei urlava il mio nome. Mentre la mia bocca era su un seno, la mia mano si occupava dell’altro.
Poi iniziai a sentire le sue mani sulla testa che cercavano di spingermi verso il basso.
Sentii ansia, la guardai.
-Ti prego, Alice…- disse.
Scesi tra le sue gambe aperte.
Eccola lì. Sembrava un fiore. Era un po’ gonfia, come volesse esplodere.
Aveva un odore dolce e pungente.
Lei si dimenò e ripetè: -Ti prego…
Allora mi tuffai.
La mia lingua raggiunse il clitoride. Lo leccai piano, timidamente. Gli diedi dei colpetti. Lei si dimenava. Ogni tanto mi spostava la testa per farmi capire dove volesse essere leccata.
Cercai la fessura con la bocca: era carica di umori. Leccai e penetrai con la lingua, come aveva fatto con me (non proprio, di certo era più esperta… ma almeno ne imitai i gesti) e in breve mi venne in bocca urlando e tirandomi i capelli.
Poi la penetrai anche io con le dita. Prima con uno (la feci venire) poi con sue (venne di nuovo).
A quel punto, volevo dimostrare a tutte e due che sapevo come leccare una donna e ci riprovai, pregandola di non dirmi cosa fare.
-E’ il mio esame, questo- le dissi facendola ridere.
Ci misi il mio impegno massimo e le regalai due orgasmi.
Kaila quando veniva urlava il mio nome. Sorrisi immaginandomi i vicini.
Mi sdraiai accanto a lei, ma Kaila mi sorprese.
-Il gran finale- mi disse balzandomi sopra.
Mi allargò le cosce e mi sollevò una gamba. Si posizionò a cavalcioni tra di esse, in modo che la sua figa fosse a contatto con la mia e iniziò a strusciarsi. In breve iniziai a strusciarmi anche io.
Ci guardavamo negli occhi mentre gemevamo.
Le mie mani a stringere le sue tette, le sue mani sulle mie enormi tette.
Mano a mano che l’orgasmo si avvicinava aumentavamo il ritmo. Iniziò a essere una furiosa cavalcata. Urlavamo entrambe, in preda al piacere che non vedevamo l’ora di soddisfare.
-Sto venendo, Kaila!- strillai all’improvviso.
-Anche io, piccola.
Aumentammo il ritmo e venimmo con un’intensità tale da ammutolirci dopo l’urlo finale.
Un urlo che fu quasi un grido di vittoria.
Si sdraiò su di me.
Ci baciammo.
Poi riprendemmo fiato.
Per tre anni, dopo quel momento, continuammo ad andare ogni tanto a letto insieme. Fino a che non ci laureammo e prendemmo strade diverse.
Come pronosticato, fu la mia unica donna.
Non credo di dover considerare quelle parentesi un tradimento.
Per me erano coccole tra amiche.